I riti dell'acqua è il secondo capitolo della Trilogia della Città Bianca di Eva García Sáenz de Urturi: un thriller in cui un omicidio, un antico rituale e un passato privato si intrecciano fino a diventare la vera forza della storia. Non è un romanzo di Donato Carrisi, ma chi ama quel tipo di tensione troverà qui un territorio vicino, fatto di indagine, minaccia costante e atmosfera. In queste righe ti mostro trama, personaggi, ordine di lettura e il motivo per cui il libro continua a funzionare anche oltre il suo gancio iniziale.
Le informazioni essenziali da tenere a mente
- È un thriller investigativo con una forte componente rituale e simbolica.
- Appartiene alla Trilogia della Città Bianca e rende meglio se letto dopo il primo volume.
- Il protagonista è Unai López de Ayala, profiler di Vitoria, coinvolto anche sul piano personale.
- Il romanzo punta molto su paesaggio, folklore e trauma, non solo sull’enigma.
- Piace soprattutto a chi cerca atmosfere dense, non soltanto ritmo da pagina-turner.
- Se arrivi dai thriller di Carrisi, troverai affinità nella tensione psicologica, ma una voce diversa.

La trama che regge il mistero senza bruciare il finale
La storia parte da un omicidio che non lascia spazio all’indifferenza: Ana Belén Liaño, legata al passato di Unai López de Ayala, viene trovata morta in circostanze che rimandano a un rituale antico e perturbante. La vittima è incinta, il corpo è disposto in modo da evocare una morte simbolica, e da quel momento il caso smette di essere solo un fatto di cronaca nera.
Io trovo efficace il modo in cui il romanzo allarga subito il campo. L’indagine si muove tra i Paesi Baschi, il Cammino di Santiago e riferimenti alla mitologia celtica, ma senza diventare una lezione di storia travestita da giallo. Ogni nuovo elemento serve a stringere il cerchio intorno al colpevole e, allo stesso tempo, a riaprire una ferita privata nel protagonista. È questo doppio movimento che dà spessore alla lettura.
Se cerchi un thriller che parta da un delitto e poi costruisca un senso di minaccia più ampio, qui lo trovi chiaramente. Se invece vuoi un’indagine tutta azione e zero stratificazione emotiva, il romanzo ti chiede un po’ più di disponibilità.
Perché il rituale antico funziona meglio del semplice delitto
Il cuore del libro non è soltanto l’assassinio, ma il modo in cui il crimine viene trasformato in segno. Il rituale celtico, la cosiddetta tripla morte, non è un dettaglio decorativo: è il dispositivo narrativo che impedisce alla storia di restare a livello superficiale. Il lettore non deve solo chiedersi chi ha ucciso, ma perché quel gesto sia stato costruito in quel modo.
- Il folklore non serve a fare colore, ma a dare una logica al terrore.
- Il territorio non è sfondo: strade, santuari e sentieri entrano nella dinamica del caso.
- La maternità e la paternità imminente rendono la minaccia molto concreta, non astratta.
- L’idea di rito sposta l’indagine dal “che cosa è successo” al “che cosa significa”.
Questa è una scelta che io apprezzo molto nei thriller meglio costruiti: il mistero non vive solo di sorpresa, ma di stratificazione. Ed è proprio la stratificazione a far emergere i personaggi, che qui hanno un peso decisivo.
I personaggi che tengono in piedi la tensione
Il romanzo funziona perché non affida tutto all’enigma. I personaggi hanno un ruolo netto, e il rapporto tra loro è uno dei motivi per cui la storia resta viva anche quando l’intreccio si fa complesso.
- Unai López de Ayala è il centro emotivo dell’indagine. Da profiler non si limita a leggere gli indizi: li porta addosso, perché il caso tocca la sua biografia in un punto sensibile.
- Estíbaliz bilancia il lato più fragile del protagonista. In un romanzo del genere è fondamentale, perché impedisce alla tensione di diventare solo introspezione.
- Ana Belén Liaño, anche da vittima, non resta un pretesto narrativo. Il suo passato e il suo legame con Unai sono parte del peso emotivo della storia.
- L’assassino non è costruito come semplice figura da smascherare, ma come presenza che mette in crisi il confine tra logica investigativa e ossessione.
Io leggo questa parte come il vero banco di prova del romanzo: quando i personaggi reggono, il simbolismo non soffoca la storia, ma la rende più densa. E se vieni da letture alla Carrisi, è proprio qui che capisci il punto di contatto più interessante.
Se arrivi da Carrisi, cosa cambia davvero
Il confronto con Donato Carrisi ha senso, ma va fatto bene. Non perché i due autori siano sovrapponibili, bensì perché si muovono entrambi su un territorio dove il thriller non è mai solo “chi è stato?”, ma anche “che cosa si è rotto sotto la superficie?”.
| Aspetto | Qui | Effetto sul lettore |
|---|---|---|
| Tensione | Cresce per accumulo, non per accelerazione continua | Chiede più attenzione, ma restituisce un’atmosfera più compatta |
| Ambientazione | Paesi Baschi, Cantabria, Cammino di Santiago | Il territorio diventa parte attiva dell’enigma |
| Psicologia | Il passato personale pesa quasi quanto il caso | Il mistero resta legato alle emozioni, non solo agli indizi |
| Impronta | Più mitologica e territoriale | Dà un sapore diverso rispetto al thriller urbano classico |
La differenza, detta in modo semplice, è che qui sento meno il labirinto cittadino e più la stratificazione del luogo. Per me è un vantaggio, perché il romanzo non si limita a inseguire una formula: costruisce una propria identità narrativa.
In che ordine leggerlo per coglierlo meglio
Essendo il secondo volume della Trilogia della Città Bianca, il libro rende meglio se letto dopo il primo capitolo. L’ordine corretto è questo:
- Il silenzio della città bianca
- Il romanzo di cui stiamo parlando qui
- I signori del tempo
Si può iniziare anche da qui, perché l’indagine principale ha una sua autonomia, ma si perde qualcosa sul piano emotivo. Le relazioni tra i protagonisti, la memoria del caso precedente e alcuni rimandi interni si leggono con più profondità se il percorso parte dall’inizio. In una saga costruita con cura, l’ordine non è un dettaglio secondario: cambia la qualità dell’esperienza.
Quando lo consiglierei davvero e a chi lo lascerei per ultimo
Io lo consiglierei a chi cerca un thriller con identità precisa, capace di mescolare indagine, folklore e ferite personali senza appoggiarsi solo al colpo di scena. Funziona soprattutto per chi ama:
- crime con forte atmosfera;
- ambientazioni riconoscibili e non neutre;
- simboli antichi usati in modo narrativo, non ornamentale;
- personaggi che portano il peso psicologico del caso.
Lo lascerei per ultimo, invece, a chi vuole un procedural rapidissimo, con pochi legami emotivi e zero deviazioni sul passato dei protagonisti. Qui il ritmo non è frenetico in modo artificiale: cresce, si sedimenta e poi colpisce. Ed è proprio questa scelta che rende il libro memorabile per il lettore giusto. Se vuoi un thriller che unisca paura, mito e indagine con una voce coerente, questo è un titolo che merita spazio nella tua lista.