L’ALBERO DEL RICCIO


L’ALBERO DEL RICCIO

L’albero del riccio

di Antonio Gramsci

“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini “.

(Antonio Gramsci, Lettera alla madre, 10 maggio 1928)

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L’albero del riccio

di Antonio Gramsci

“Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini “.

(Antonio Gramsci, Lettera alla madre, 10 maggio 1928)

“Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”. Con queste parole, il pubblico ministero Michele Isgrò concluse, nel giugno del 1927, la requisitoria contro Antonio Gramsci.

Che, in un’aula affollata “di militi in elmetto nero, il pugnale sul fianco ed i moschetti con la baionetta in canna”, come raccontano le cronache dell’epoca, venne condannato a 20 anni, cinque mesi e quattro giorni di detenzione dal Tribunale Speciale Fascista presieduto dal generale Alessandro Saporiti. Gramsci era stato arrestato, in violazione della immunità parlamentare, l’8 novembre 1926, quando il suo primogenito Delio aveva poco di due anni e il secondogenito Giuliano (che non conoscerà mai, perché nato a Mosca) aveva dieci mesi. Trasferito nel 1929 nel carcere di Turi, il grande pensatore comunista (il detenuto 7047) diede una grande delusione al suo accusatore e ai giurati. La sua produzione letteraria, politica e sociale – raccolta nei Quaderni dal carcere e pubblicata nel dopoguerra – rappresenta ancora oggi, a 80 anni dalla morte, un fondamentale punto di riferimento per gli studiosi, non solo marxisti, di tutto il mondo. L’albero del riccio – nel quale Gramsci racconta “favole vere”, storie di briganti e di animali della sua infanzia e della sua terra, la Sardegna, raccoglie le lettere scritte ai figli dalla cella del carcere pugliese. Un testo nel quale la dimensione intima, il suo voler essere padre nonostante la lontananza non è mai disgiunto dall’impegno civile e dalla militanza politica.
Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) è stato tra i fondatori de L’Ordine nuovo e, nel 1921, tra i promotori della nascita del Partito Comunista d’Italia. È considerato uno dei più importanti pensatori del XX secolo. Nei suoi scritti, tra i più originali della tradizione filosofica marxista, Gramsci analizzò la struttura culturale e politica della società. Elaborò in particolare il concetto di egemonia, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l’obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle subalterne.

pagg. 128

euro 10,00

ISBN 9788899857127

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