IL DICIANNOVISMO

IL DICIANNOVISMO (1919 -1922)

18.00

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Collana:             Reprint

Titolo:                 Il Diciannovismo (1919 – 1922)

Autore:               Pietro Nenni

Formato:            13 x 21

Allestimento:     Brossura

Pagine:               304

Prezzo:               € 18,00

ISBN:                 9788899857473

Settore:               Storia, politica

Distribuzione:    Messaggerie

 

Il 23 marzo 1919 cambia la storia d’Italia. In piazza San Sepolcro, a Milano, poche centinaia di persone, in maggioranza reduci di guerra, sono radunate per ascoltare il comizio con il quale Benito Mussolini, ex socialista ora direttore de Il popolo d’Italia, e il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti danno vita a un nuovo movimento politico, i Fasci di Combattimento, l’antipartito che ben presto si muterà in partito: il Partito Nazionale Fascista.

«Noi ci permettiamo – dice tra l’altro Mussolini – di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Nel 1919 Pietro Nenni ha ventotto anni ed è uno dei più autorevoli dirigenti del Partito Socialista. Sarà lui a coniare la definizione di Diciannovismo e ad analizzare – nel 1925, un anno dopo la vittoria elettorale che attribuisce al PNF la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera – le ragioni della nascita del fascismo e della sconfitta di una sinistra ancora lacerata dalla scissione comunista del 1921 e dalle divisioni tra riformisti e massimalisti. Il saggio di Nenni – che racconta ed esamina gli avvenimenti del quadriennio 1919-1922 – sarà sequestrato dalla censura fascista e ripubblicato venti anni dopo, nel 1945, dalle Edizioni Avanti. Un testo che ancora oggi spiega con lucidità avvenimenti solo in apparenza lontani. Lo spirito del Diciannove a un secolo di distanza non è svanito con la caduta del fascismo ma rivive nei populismi dei giorni nostri.

 

Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891 – Roma, 1 gennaio 1980) – Protagonista della storia dell’Italia repubblicana e figura simbolo del socialismo italiano, riformista e autonomista, è stato un convinto sostenitore dell’unità socialista. All’inizio degli anni Sessanta è uno dei padri del centro-sinistra e ricopre il ruolo di vice presidente del Consiglio nei primi tre governi presieduti da Aldo Moro.

 

Un monito per la sinistra

di Luigi Covatta

 

Ovviamente non è solo l’occasione del centenario del 1919 ad aver consigliato la riedizione della Storia di quattro anni di Pietro Nenni, la cui prima parte è dedicata appunto al Diciannovismo (un termine coniato dallo stesso Nenni, con la consueta capacità di sintesi). Nell’attualità politica infatti non mancano i ricorsi storici: a cominciare dalla assenza, fra le forze politiche, “di quella che potremmo chiamare mentalità di maggioranza, comprensione cioè dei problemi e degli interessi più generali”.

Come si vede, la “vocazione maggioritaria” non l’ha inventata Veltroni, il quale semmai ne ha fatto propria la lectio facilior: quella che agisce ex opere operato in virtù di una legge elettorale a sua volta maggioritaria. Mentre cent’anni fa la lectio difficilior non venne adeguatamente intesa da socialisti e popolari: i quali puntarono soltanto al successo delle proprie liste nel nuovo contesto del proporzionale e del suffragio universale maschile, senza preoccuparsi minimamente di governare le conseguenze di sistema che quello stesso successo avrebbe determinato.

I cattolici rientrarono subito nella logica del Patto Gentiloni, pur avendo addirittura fondato un partito per uscirne. E quanto ai socialisti, pur essendo titolari di un realistico programma per “rifare l’Italia” (secondo il titolo con cui venne diffuso il discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati il 26 giugno 1920), partirono all’inseguimento di Lenin senza nemmeno tentare di coordinare le agitazioni promosse dalla Cgl per combattere il caro-vita ed ottenere contratti di lavoro più equi, specialmente nelle campagne.

Si divisero, anche: prima fra partito, gruppo parlamentare e sindacato. Poi, nel 1921, fra quanti accettarono il diktat dell’Internazionale comunista e quanti lo respinsero, pur essendo in gran parte massimalisti. C’era quanto bastava per giustificare Gramsci che definiva un circo Barnum il partito dal quale si separava: ma non c’era una valutazione realistica delle forze in campo, nonostante l’esperienza fatta l’anno precedente in occasione dell’occupazione delle fabbriche.

Allora il partito era restato abbastanza unito. Perfino la Lega delle cooperative, con l’intervento di Giuseppe Romita, era scesa in campo per offrire un supporto ai consigli di fabbrica che tentavano l’autogestione della Fiat. Mentre d’altra parte il governo Giolitti non aveva imboccato la via della repressione, sollevando così diffusi malumori nella propria base sociale. Ma prevalse il dottrinarismo leninista poi rivisitato criticamente dallo stesso Gramsci nei Quaderni del carcere.

Nenni apprese allora una lezione che non avrebbe dimenticato per tutta la vita: quella della pericolosità dei vuoti di potere, e della necessità di perseguire comunque un equilibrio in seno al sistema politico. Anche i suoi slogan più perentori rispondevano a questi criteri: a cominciare da quello più fortunato, “O la Repubblica o il caos”, che a torto i monarchici intesero come minaccioso e ricattatorio, mentre invece mirava a porre fine alla diatriba in corso sui poteri della Costituente in un paese ancora occupato dalle truppe alleate, e soprattutto ancora funestato dai postumi della guerra civile.

Lo stesso del resto si può dire delle sue scelte politiche, anche delle più discutibili: compresa quella che negli anni ’60 lo indusse a non sottovalutare il “tintinnar di sciabole” nel subire la riduzione ad un ruolo subalterno del Psi in seno alla coalizione di centro-sinistra; e perfino forse quella del Fronte popolare, col quale sperava di “assorbire” in qualche modo la forza del Pci per stabilire un equilibrio bipolare dopo la fine dei governi di unità nazionale.

Ma torniamo al 1919 ed al suo centenario ricorso storico. Se si pensa che durante la campagna elettorale del 2018 non c’è stato nessun confronto pubblico fra gli esponenti delle diverse forze politiche, si può concludere che il solipsismo è duro a morire: con buona pace “dei problemi e degli interessi più generali”, e soprattutto delle sorti della democrazia parlamentare. E se si pensa alla seduta del Senato dello scorso 20 agosto, in cui un vicepresidente del Consiglio ha tuonato contro il presidente con accenti che nessuna opposizione avrebbe mai usato, si può convenire che almeno da questo punto di vista i partiti del 2019 hanno surclassato quelli di cent’anni prima.

Dal solipsismo al totalitarismo peraltro il passo è breve: specialmente quando si fa riferimento a narrazioni più mitologiche che politiche e si enfatizzano mezze verità lasciando in ombra, appunto, i problemi e gli interessi più generali. Allora il mito per alcuni fu quello della Rivoluzione d’Ottobre e per altri quello wilsoniano che ispirò la pace di Versailles, mentre la mezza verità fu quella della “vittoria mutilata”. Ora alcuni mitizzano una sovranità nazionale fuori tempo ed altri la democrazia diretta: mentre l’enfasi sui problemi dell’immigrazione ha finora messo in ombra la stagnazione economica e la crisi occupazionale.

Non a caso, del resto, il solipsismo a lungo coltivato dal Movimento 5 stelle si ispirava alla versione più radicale della dottrina di Rousseau, da molti considerata l’anticamera del totalitarismo: mentre Matteo Salvini rivendicava i “pieni poteri” (anche se nessuno si sogna di confondere Milano Marittima con piazza San Sepolcro: da questo punto di vista resta valida la lezione di Marx nel Diciotto Brumaio).

Ma la prova regina dell’assenza di orientamento del sistema politico fu – ed è – la sua incapacità di collocarsi nel nuovo scenario internazionale: devastato cent’anni fa dalla guerra, e da trent’anni a questa parte dal crollo dell’impero sovietico. Situazione particolarmente incresciosa, questa, per un paese il cui sistema politico è stato tradizionalmente fin troppo condizionato dalla geopolitica, come del resto è inevitabile per una media potenza quale è l’Italia.

Per la verità il tema Nenni non lo approfondisce a sufficienza forse anche perché a sua volta non aveva tutte le carte in regola per farlo (benchè – nel battezzare Mondo operaio la rivista in cui si era temporaneamente rifugiato dopo la sconfitta subita al congresso del 1948 – tenesse a sottolineare lo stretto legame fra politica interna e politica internazionale): tanto che nel secondo dopoguerra si schierò dalla parte sbagliata della Cortina di ferro e trascurò di raggiungere la sponda che gli offriva il successo dei laburisti in Gran Bretagna, prodromico della rinascita del socialismo europeo.

Per ora, fortunatamente, le similitudini finiscono qui. Non è alle viste nessuna impresa fiumana, né circolano squadre d’azione: anche se, nel corso dell’ultimo anno, non è mancato il tentativo di politicizzare le forze dell’ordine e si è corso più volte il rischio di alimentare conflitti fra queste ed altri apparati dello Stato, mentre ora con troppa disinvoltura si minaccia il ricorso alla piazza per contestare il nuovo governo.

Trattenere il proletariato dalla lotta presentandogli come insufficiente un tale obiettivo, ostacolare la riunificazione delle forze socialiste tenendo divise le masse su questioni di forma e di parole, isolare il proletariato dalle altre correnti di opposizione, tutto questo si risolve in un inconscio tradimento del socialismo e rende sterili e vani i sacrifici del proletariato: tutto questo riprepara il 1919 con le sue delusioni, i suoi disastri e le sue sterili declamazioni antidemocratiche”: con queste parole Nenni conclude la prefazione del 1926 di questo volume.

Depurato della retorica classista dell’epoca, è un monito che va tenuto ben presente nel rileggere la storia della sinistra italiana nel secondo dopoguerra: quella che ha ripreparato il 1919 che ora stiamo vivendo.

Roma, 10 settembre 2019

Luigi Covatta